ALEX FEA
QUANDO L’OGGETTO SI FA ARTE E L’ARTE NE INTERPRETA LA POESIA







I BURATTINAI
Tecnica mista su tavola
Quest’opera si presenta come una scena teatrale sospesa tra allegoria e denuncia, nella quale il linguaggio dell’arte diviene strumento di riflessione sulla natura del potere, della responsabilità collettiva e delle dinamiche che attraversano la storia umana.
Dal margine superiore della composizione emergono due mani insanguinate. Non possiedono volto né identità. Sono una presenza anonima, impersonale, quasi metafisica. Le dita stringono i fili che governano quattro manichini, rappresentazione simbolica delle differenti etnie e, più in generale, dell’intera umanità. I loro movimenti non appartengono a loro stessi: sono guidati, indirizzati, determinati da una volontà esterna che rimane nascosta agli occhi dello spettatore.
Le mani non distinguono colori, culture, religioni o appartenenze. Muovono ogni figura con la medesima indifferenza. Nell’opera, il potere non si identifica con una specifica nazione, un’ideologia o una fede; esso si manifesta come una forza che trae vantaggio dalla divisione, dalla contrapposizione e dal conflitto, trasformando gli uomini in strumenti di una rappresentazione costruita altrove.
Lo sfondo raccoglie una moltitudine di immagini che appartengono alla memoria collettiva dell’ultimo secolo: guerre, persecuzioni, terrorismo, crisi economiche, devastazioni ambientali, migrazioni, povertà, discriminazioni e sofferenze umane. La loro fusione in un’unica tonalità cromatica annulla i confini temporali e geografici, suggerendo come la storia cambi i protagonisti ma riproponga incessantemente gli stessi meccanismi.
La scena appare come un immenso archivio del dolore umano. Le fotografie non raccontano eventi separati, ma i frammenti di una sola narrazione: quella di un’umanità che continua a combattere conflitti spesso generati da interessi che restano invisibili.
Su tutta la superficie si deposita una polvere dorata. L’oro non rappresenta qui la luce o il sacro, ma l’attrazione esercitata dal profitto, dal potere e dall’interesse personale. È la materia simbolica che avvolge ogni tragedia rappresentata, suggerendo come dietro molte delle grandi contrapposizioni della storia possano celarsi motivazioni economiche e ambizioni di dominio.
Il sipario che racchiude la scena non appare solenne né celebrativo. È logorato, segnato, quasi contaminato dagli eventi che ospita. Come se il male rappresentato avesse corroso persino lo spazio della rappresentazione, cancellando ogni distinzione tra palcoscenico e realtà.
L’opera trova il proprio compimento nel dialogo con la poesia I Burattinai. In essa emerge un elemento fondamentale: la responsabilità non appartiene esclusivamente a chi muove i fili.
I manipolatori agiscono nell’ombra, ma la loro forza nasce dal consenso, dall’indifferenza e dall’incapacità di riconoscere la complessità del reale. Le vittime diventano gladiatori perché qualcuno accetta che lo diventino. I conflitti vengono alimentati da uomini e donne che, accecati dalle appartenenze e dalle contrapposizioni ideologiche, finiscono per considerare il sacrificio altrui una conferma della validità delle proprie convinzioni.
L’opera denuncia quindi una doppia illusione: quella del potere che pretende di governare i destini umani e quella delle masse che credono di essere semplici spettatrici della storia.
” Noi e loro “, scrive l’autore.
Ma la distinzione si rivela soltanto apparente.
Sulla scena convivono burattinai e marionette, manipolatori e astanti, artefici e vittime. E sopra tutti incombe la medesima conclusione evocata dalla poesia: una mano fredda e indifferente che attende nell’ombra, ricordando come ogni potere, ogni ideologia, ogni conflitto e ogni certezza siano destinati a confrontarsi con il medesimo, inevitabile epilogo.
L’opera non offre risposte. Costringe invece lo spettatore a interrogarsi sul proprio ruolo: osservatore innocente, marionetta inconsapevole o complice volontario della rappresentazione.
